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Tra ragione e istinto
Surrealisti
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Dipinti e sculture di ieri, borse, scarpe e cappelli d’oggi: in mostra un secolo d’inconscio.Modena 1 ottobre – 20 novembre 2005.
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Fonte: Catola Partners - (Ufficio Stampa)
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Modena - Surrealisti si nasce o si diventa? Una particolarissima e spettacolare collettiva, Surrealisti. Tra ragione e istinto, inaugura domani 1° ottobre a Modena l’attività nella nuova Galleria ModenArte (://www.modenarte.com ), progetto di vasto e multiforme respiro, che prevede collegamenti internazionali con analoghe iniziative in Italia e all’estero, e che fa essenzialmente leva sull’arte del Novecento e sulla valorizzazione di nuovi talenti.Realizzata in collaborazione con la Galleria del Palazzo di Firenze (www.galleriadelpalazzo.com ), l’esposizione allinea dipinti, sculture, gouache, fotografie dei più importanti maestri di quello straordinario movimento artistico che fu il Surrealismo, per raccontarne da un lato radici e suggestioni inesplorate, e dall’altro per mostrarne l’inesausta capacità di seduzione anche ai giorni nostri, attraverso una rassegna di accessori moda (cappelli, borse, scarpe) del più alto artigianato italico e soprattutto d’ispirazione surrealista dichiarata. L’evento è curato da Maurizio Vanni, critico d’arte non nuovo a simili eclettiche performance, il quale ha in sostanza raccolto cinque mostre in una, allineando circa trenta opere di Dalí, Ernst, Magritte, Masson, Miró, Tanguy, Winkler, insieme a una serie di straordinari accessori moda di taglio o d’ispirazione surreale: i modelli più eccentrici dell’irripetibile collezione di cappelli della maison Enrico Coveri, le borse d’artista realizzate per l’occasione da Giuliano Cicchiné (produce per Marc Cain, Enrico Antinori, Loriblu), le scarpe d’autore firmate da Fabrizio Mandolesi. A completare il mosaico, una serie di fotografie inedite di Dalì provenienti da una piccola quanto eccezionale rassegna, Salvador Dalì a Montecarlo, recentemente allestita nel Principato dal gallerista Jordi Casals.Dunque surrealisti si nasce o si diventa? La domanda che Vanni pone nell’incipit della monografia a corredo della mostra (Carlo Cambi Editore, collana Prometeo Platinum, pagine 120, € 30) ne rivela la chiave di lettura, ovvero il tentativo di indagare come e fin dove ragione e istinto hanno inciso sul lavoro di artisti tanto diversi per personalità ed esperienze; da quale mondo, da quale matrice visionaria sono scaturite le improbabili analogie di Magritte e Dalí, gli oggetti deformati di Max Ernst, i paesaggi lunari di Tanguy, gli scarabocchi infantili di Miró. “Per certi artisti”, scrive il curatore, “è come se a un certo punto della vita avessero sentito il bisogno di liberarsi da un peso opprimente, di affrontare una personale catarsi per poter trovare, o ritrovare, una perduta serenità interiore”. Ma Vanni non si accontenta di citare Freud e Jung, ne’ di ricordare quanto le loro teorie sull’inconscio abbiano influenzato il movimento. Neppure gli basta ripensare gli artisti in termini biografici, citandone i momenti più drammatici e potenzialmente formativi. Quanto alle più recenti acquisizioni di neurofisiologia (davvero si dipinge con l’emisfero sinistro del cervello?), se spiegano eventuali meccanismi non rivelano alcunché sul mistero dell’arte e dell’artista. “Probabilmente”, aggiunge Vanni, “artisti si nasce e surrealisti si diventa. Il coinvolgimento nella mostra di stilisti e creativi vuol dimostrare, semmai, che nella fase emozionale e ideativa il lavoro del pittore e del designer sono molto simili. Diversi, invece, gli esiti iconografici (lo stilista deve immaginare un oggetto, bizzarro quanto si vuole, comunque da indossare) e i modi di fruirne. In questo caso, sicuramente surrealisti si diventa”. Documentata anche da un prezioso catalogo sempre pubblicato da Carlo Cambi Editore (pagine 96, gratuito), l’esposizione inaugura anche un complesso programma di collaborazione tra ModenArte e Galleria del Palazzo, un asse Modena-Firenze dedicato all’arte contemporanea. Già in cantiere mostre su Corneille e gruppo Cobra, Masson, Hundertwasser.
Da Ascoli all’eternità: due grandi artigiani in mostra con i maestri del Surrealismo
Ci sono scarpe che valgono un’opera d’arte e borse d’autore degne di un gran dipinto. Può accadere se scarpe e borse sono made in Italy. Accade di fatto a Modena alla mostra Surrealisti. Tra ragione e istinto, inaugurata oggi alla galleria ModenArte (www.modenarte.com) dove accanto ai Dalí, Ernst, Magritte, Masson, Miró, Tanguy, Winkler il curatore Maurizio Vanni espone anche le creazioni di due formidabili artigiani di Sant’Elpidio a Mare (Ascoli), figli di un distretto ormai famoso nel mondo per l’estro e la qualità dei manufatti. Giuliano Cicchiné e Fabrizio Mandolesi, patron rispettivamente della pelletteria omonima e del calzaturificio Mandoch, sono stati scelti per realizzare due collezioni di modelli ispirati al Surrealismo e per mostrare, attraverso questa via, l’inesausta capacità di seduzione che quello straordinario movimento esercita ancora ai giorni nostri.“Dunque”, spiega Vanni, “ho allineato accanto a una trentina di opere dei grandi maestri una rassegna di accessori moda del più alto artigianato italico, le borse di Cicchiné, le scarpe di Mandolesi, ma anche i cappelli della stupefacente collezione raccolta dal defunto stilista Enrico Coveri. Sono circa 80 modelli di più o meno evidente ispirazione dada e surrealista, che insieme ai dipinti rappresentano la radiografia di un secolo d’inconscio”. La mostra (1 ottobre – 20 novembre 2005) segna il debutto della Galleria ModenArte e sottolinea con convinta ammirazione la fantasia dei due abilissimi artigiani. Mandolesi ha preso di petto tormenti e tormentoni degli artisti stampando sulle scarpe gli orologi spiaccicati di Dalì, gli scarabocchi infantili di Miró, le improbabili contaminationes di Magritte, scatenandosi sui tacchi, vertiginosi come mai e di taglio decisamente onirico. C’è un tacco tigre-gioiello in oro o argento che fa la spia alla Tigre di Dalí, un altro incastonato di roselline o gemme colorate ricorda da vicino Winkler. Più di un modello richiama in modo esplicito fondi e particolari dei dipinti: il Miró di Lezard aux plumes d’or, il Max Ernst di Paris-rêve, il Dalì della, Persistenza della Memoria. Quanto a Cicchiné ha fatto una diversa scelta. Nelle sue borse la dimensione surreale a prima vista manca. C’è, spiega lui stesso, ma solo come adesione di fondo al movimento. Occhio ai modelli: All’ombra di Magritte in fiore si rifà alle rose del pittore belga, Omaggio a Mirò è appunto un omaggio all’artista catalano, e anche il Sogno di Tanguy intende rappresentarne i fondi lunari ormai ben noti. Le borse si distinguono peraltro per gli intrecci inusuali di colori e materiali, per lo scontro di linguaggi, per la perenne ricerca di nuove connessioni che è in fondo la lezione più vitale della stagione surrealista. Sia la Mandoch che il laboratorio Cicchiné non hanno più di una decina di tecnici e operai. Fanno tutto a mano con pervicacia quasi maniacale. La Mandoch è un’azienda giovane, ma si giova eccome della lunga esperienza che Mandolesi ha del settore. Qual è il segreto? “Scegliere e trattare bene le materie prime”, dice, “Mai perdere d’occhio i processi di lavorazione, creare scarpe con la millimetrica attenzione che il bravo orefice riserva al gioiello più prezioso”. Cicchiné e il suo laboratorio nato nel 1976 conta invece su un trentennio di specializzazione: borse, borse e ancora borse prodotte ieri per Dolce e Gabbana, Ferrè o Valentino, oggi per Marc Cain, Enrico Antinori, Loriblu. Di recente l’attività si è estesa ai coordinati (cinture e borse) per un totale di 20 mila pezzi di produzione all’anno. Mercati di riferimento Italia, Russia e Germania ora, come per Mandolesi, allargatisi in modo fantastico e imprevisto: al mondo dell’arte.
Dai surrealisti a Sofia Loren i folli cappelli della collezione Coveri
Keith Haring, Andy Warhol, Salvador Dalì e i Surrealisti, Tristan Tzara e i Dadaisti. Sono alcuni degli artisti che negli anni ‘80 ispirarono i più estrosi cappellai d’Europa arruolati da Enrico Coveri, lo stilista scomparso nel 1990, per realizzare una collezione tanto vasta, quanto unica nel suo genere, 400 modelli, 30 dei quali sono ora esposti a Modena nella mostra Surrealisti. Tra ragione e istinto curata da Maurizio Vanni. Steven Jones, noto come il cappellaio matto inglese, personaggio di gran talento, aveva con Coveri un’intesa a 360 gradi. Dalla creatività dei due, in un pomeriggio d’estate, mentre lo stilista giocava a golf a Palm Beach, nacque la linea dei cappelli a coppola rappresentati in mostra da due esemplari, Golf Gialla e Golf Rosa. Un’idea perfetta per la collezione Primavera/Estate 1986 che sarebbe sfilata quell'autunno alla Cour Carrèe du Louvre a Parigi. Jones si ispirò in parte ai graffiti di Keith Haring, di cui Coveri era amico e collezionista, in parte ai macro motivi floreali che la flora americana gli suggeriva. Per i materiali scelse cotone e feltro, rifiniti con fiori di seta. Tutt'altra storia per i modelli firmati dal famoso cappellaio francese Jean Barthes, il preferito di Sofia Loren, che realizzò per lei una serie di pamele per Pret à porter, il film di Robert Altman sulla moda. La mostra ospita due dei modelli per la Loren (Pamela Gialla e Cappello Verde con fiocco fucsia) con altri creati per le nozze della principessa Bianca d’Aosta. Nell'autunno del 1988, Firenze era al centro dell'attenzione del bel mondo internazionale per il matrimonio della figlia di Amedeo d'Aosta con il duca Giberto Arrivabene. A Coveri toccò il compito di occuparsi del look di tutta la famiglia: dal tight per i signori all’abito da sposa con il suntuoso velo ricamato, ispirato alle Tre Grazie di Botticelli. Insieme a Barthes e al coiffeur Alexandre, lo stilista cercò di creare un ensemble raffinato ma non banale, allegro ma senza troppe sofisticazioni, adatto a una cerimonia destinata a celebrarsi nella tenuta toscana degli sposi. Così videro la luce le pamele a grandi tese in paglia fiorentina, oppure in abbinamenti azzardati di diversi tessuti, di cui la mostra espone due esempi (Pamela Murrine e Pamela Draghi) insieme alla Bombetta Torta che Barthes aveva creato per Rudolf Nureyev in occasione del Ballo del Colore dato da Coveri a Venezia durante il Carnevale del 1985.Coveri sapeva trarre ispirazione dalle occasioni più diverse. Da una festa zingara in Sardegna a casa di Marta Marzotto ricavò, ad esempio, l’idea per realizzare un’intera collezione intitolata appunto Corsara e di cui Marisa Berenson è stata testimonial. Appartiene a questa serie anche il cappello che Coveri donò a Andy Warhol nell’89 a New York mentre l’artista stava lavorando a una serie di ritratti commissionati dallo stilista. Il BascoCinema esposto a Modena fu invece realizzato da Coveri in onore di Rodolfo Valentino per la Mostra Cinema Cinecitta a Roma. Quante altre celebrità hanno sopportato il peso di queste straordinarie creazioni Coveri? Tantissime e con gran piacere: dive dello schermo come Joan Collins e le sorelle Hemingway, attrici impegnate come Vanessa Redgrave, artisti come Renato Guttuso e teste coronate come Maria Pia di Savoia.
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