“Vigezzini di Francia” racconta quella che è la storia della pittura in Val Vigezzo e degli artisti che l’hanno animata per oltre un secolo a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un volume di più di duecento pagine appena finito di stampare dalla Skira Editore, una vera e propria istituzione dei cataloghi d’arte, e firmato da Dario Gnemmi, storico d’arte e studioso ossolano recentemente scomparso.
Il libro è però molto più di un semplice catalogo: l’analisi delle opere, della tecnica e delle espressioni artistiche è sapientemente miscelata da Gnemmi con le biografie dei pittori e dei luoghi, in uno stile narrativo capace di evocare il contesto storico-culturale e avvincere il lettore come succede per un romanzo.
Le storie sono quelle di Enrico Cavalli, Lorenzo Peretti Jr., Carlo Fornara e tanti altri protagonisti di cento e oltre anni di arte sviluppati tra Francia e Val Vigezzo, passando dai successi internazionali di Parigi, agli intimi periodi di ricerca e di studi in patria, fino all’inspiegabile oblìo della critica passata e presente, che Gnemmi cerca di rompere con il suo volume, con l’obiettivo di consegnare l’arte vigezzina ad una “definitiva collocazione nella storia dell’arte italiana ed europea”.
La tradizione artistica della valle ha radici lontane. Fin dal XV secolo la pittura è praticata come mestiere e, soprattutto all’estero, gli artisti vigezzini sono attivissimi ritrattisti. E’ proprio da qui che prende forma quella corrente artistica che porterà alla nascita di una vera e propria scuola (la Scuola di Belle Arti Rossetti Valentini di Santa Maria Maggiore) e allo sviluppo di quel “respiro internazionale” che rimarrà caratterizzante di tutta la pittura vigezzina. Provinciali e internazionali, viaggiatori per necessità e curiosità, ma sempre fedeli alle proprie radici e valori, i pittori vigezzini hanno saputo negli anni elaborare la loro dimensione geografica e culturale parallelamente ai grandi movimenti artistici francesi (come espressionismo e impressionismo), spesso diventandone inconsapevoli esponenti o, talvolta, involontari anticipatori.
Gli esempi non mancano. Basti pensare a come Enrico Cavalli, uno dei primi vigezzini capace di assorbire a pieno le correnti internazionali, abbia interpretato gli insegnamenti di Adolphe Monticelli seguendo strade per molti versi simili a quelle del contemporaneo, e ben più noto, Paul Cèzanne. “Villette”, il dipinto che è anche copertina del volume, sembra “fratello” del “tema dei bagnanti” o del “Mont Saint Victoire” dell’illustre pittore francese.
Scrive Gnemmi: “sembra che i binari di due vite parallele, mai giunte nemmeno a sfiorarsi, abbiano proseguito ciascuno per il proprio percorso, determinato da un nucleo comune, potentissimo, sviluppato da ognuno in una direzione ben precisa, con il successo eclatante, seppure postumo, di Cèzanne; con l’incomprensione, l’oblio e il sacrificio per Cavalli”.
Non c’è solo Cèzanne però tra i richiami celebri. Alcuni dipinti guardano, sempre inconsciamente e ingenuamente, anche al futuro e si trovano ad anticipare tecniche e stili, rivelando tutto il potenziale degli artisti vigezzini. Osservare la seconda versione di “Sottobosco” rivela questa incredibile modernità nella scomposizione di materia e luce, ponendo le basi per quella che in futuro sarà battezzata come “pittura informale” e anticipando per molti versi il cubismo analitico di Pablo Picasso.
Parlando di pittura informale, particolarmente interessanti e significative sono le opere anche di un altro vigezzino importante: Lorenzo Peretti Jr.
Personaggio eccentrico e “sui generis”, Peretti jr. ha praticamente dipinto per sé stesso, non esponendo le suo opere al pubblico, né tantomeno alla critica. Proprio per questo è riuscito a conservare quella libertà espressiva pura e un po’ naif, che gli ha permesso di spingersi, se possibile, oltre l’espressionismo, verso uno stile non-formale precursore di quella che mezzo secolo dopo sarà la pittura geniale di Nicolas de Stael.
Tutt’altra realtà è quella di Carlo Fornara, considerato il più grande tra i vigezzini, ben più fortunato come riscontro critico, arrivato sotto i riflettori grazie al sodalizio (a tratti controverso) con Segantini, principale esponente del divisionismo italiano. In realtà l’estro e l’originalità di Fornara andrebbero letti complessivamente, osservando le evoluzioni e le fasi di quello che è stato un pittore a 360°, difficilmente etichettabile, e dal carattere personale ed artistico inquieto e tormentato. Due i periodi principali da ricordare.
Una prima fase dai tratti espressionisti in cui il pittore vigezzino esplora temi come la morte, la follia e la sofferenza con spiccata intensità, tanto da permettere ancora una volta il paragone con altri grandi e celebri maestri, in questo caso Edward Munch.
Citando Gnemmi: “Fornara si avvicina al mondo tragico, eppur possibile, di Edward Munch senza neppure conoscerne l’opera”. Osservare per esempio un’opera come “Temporale” evidenzia molte di queste caratteristiche e mostra come non sia azzardato il parallelismo con il grande pittore norvegese.
La successiva evoluzione della pittura di Fornara, sarà quella fase che permetterà all’artista di uscire dall’anonimato della provincia vigezzina ed esporsi alle luci della ribalta della critica artistica italiana e internazionale. E’ questo il periodo più noto dell’opera di Fornara e, come spesso accade, anche quello più “commerciale” e meno spontaneo. L’arruolamento nelle file divisioniste di Segantini e Pellizza da Volpedo arriva grazie a “En plen air”, l’opera che lo vide rifiutato alla Terza Triennale di Brera per quelli che vennero definiti “barbarismi cromatici” e che, con ogni probabilità, erano i risultati dei suoi frequenti pellegrinaggi francesi, grazie ai quali era riuscito a cogliere l’essenza della pittura d’oltralpe. Da quel momento Fornara viene inserito in quella nuova corrente che si proponeva di cambiare la cultura pittorica italiana sotto la guida del maestro Segantini, il divisionismo appunto. Saranno opere come “L’aquilone” a rivelare tutte le influenze assorbite ed elaborate in questa nuova fase e a mettere in luce la convergenza con lo stile segantiniano. Il “Trittico della Natura” di Segantini per esempio, esprime a pieno il sodalizio artistico tra il maestro divisionista e il vigezzino, con evidenti parallelismi tra i due sia per quello che riguarda la tecnica pittorica, sia per lo studio del paesaggio e i temi affrontati.
Va comunque sottolineato come prima, durante e dopo il sodalizio divisionista, Fornara abbia sempre conservato quella personalità artistica, tutta vigezzina e tratto comune a tutti gli artisti del luogo, isolata, carica di solitudine e lontana dal contesto sociale delle arti e, in generale, dal mondo.
Pellegrini ed emigranti, ma anche umili e tormentati, fieramente inseriti nel proprio isolamento geografico e culturale, questi pittori sono inequivocabilmente figli e portavoce di quella Val Vigezzo così aspra e sincera, proprio per questo così simile al carattere dei suoi abitanti.
L’intento del volume e dell’autore è quello di riuscire a portare alla luce l’intera valle insieme ai suoi artisti, non soltanto per far uscire dall’anonimato la storia, i pittori e il territorio vigezzino, ma anche e soprattutto per fornire all’intero patrimonio artistico-culturale italiano ed europeo un nuovo, inestimabile, tesoro.