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CARTA BIANCAASCANIO CELESTINI Primo appuntamento giovedì 28 settembre Sala Petrassi ore 21 Auditorium Parco della Musica Dopo Paolo Fresu e Ludovico Einaudi, sarà Ascanio Celestini il protagonista della terza edizione di Carta Bianca, la rassegna ideata dalla Fondazione Musica per Roma. Una serie di appuntamenti in cui il grande affabulatore racconterà le sue fiabe, le sue storie. Si inizia il 28 settembre. Per l’occasione, Celestini salirà sul palco della Sala Petrassi accompagnato dai musicisti Matteo D’Agostino e Gianluca Zammarelli.
«Tutto è in vendita, ma non tutto si può comprare. Le corsie del supermercato sono cariche di oggetti di consumo. Io ci passo in mezzo e riempio il mio carrello, la protesi a rotelle che ho affittato per un euro perché le mani non basterebbero da sole a portare via tutto quello che voglio acquistare. Ci infilo dentro banane e mutande, peperoni e pannolini. E tra un po’ di tempo potrò fare scorpacciate di psicofarmaci e supposte contro la stitichezza. Ma per quanto io possa accumulare oggetti, non riuscirò mai a portarli via tutti. Esco passando attraverso le porte scorrevoli carico di pesanti sporte piene di roba, mi giro e mi aspetto di vedere il supermercato vuoto. Penso “ho comprato tutto” e invece mi guardo gli scaffali e pare che non ci manca niente. La stessa cosa succede nel supermercato della cultura. L’umanità produce una quantità imbarazzante di opere d’arte, lingue, giocattoli, strumenti di tortura, simboli, calci di rigore, interpretazioni, violenze, passioni che non riuscirò mai a infilare nel carrello della mia conoscenza. Anche se decidessi di concentrarmi sulla comunicazione verbale e imparassi una decina di lingue ne conoscerei solo una percentuale ridicola rispetto a quelle che gli esseri umani parlano e hanno parlato nel corso dei secoli nelle diverse parti del mondo. Per quanto io possa sforzarmi di conoscere ogni cosa, la mia conoscenza resta infinitamente più piccola della mia ignoranza. Persino i cinesi che sono un miliardo e mezzo di persone sono meno della metà dei non-cinesi, esseri umani che per la quasi totalità conoscono poco la Cina e per niente la lingua che si parla in quel posto. L’ignoranza è la cultura più diffusa nel pianeta. Per questo motivo mi ha sempre colpito una vicenda raccontata da Ernesto De Martino. L’antropologo aveva chiesto a una contadina cosa facesse il giorno in cui ricorreva l’anniversario della morte del proprio marito. Lei rispose che si alzava dal letto, piangeva e se ne andava al camposanto. Ma quando lui gliene chiese il motivo, lei rispose “perché siamo ignoranti”. E a me sembra che questa contadina e il mondo a cui appartiene facciano parte di quella grande cultura planetaria, la cultura di quelli che non sanno. Perciò qualche anno fa ho incominciato a fare teatro proprio raccogliendo storie di persone che il teatro non lo frequentano e spesso manco si immaginano cosa sia di preciso. Persone che al teatro non ci pensano mai. L’ignoranza del teatro può essere un modo per farlo uscire dalla piccola percentuale della sua cultura. E questo mio lavoro ha i piedi piantati nella fiaba. Nella grande letteratura non letteraria. Ho incominciato a raccontare dell’uomo che voleva campare in eterno, le leggende dello scemo o di Madama Piccinina che la poteva fà in barba pure ar governo. Fiabe dove si trova una magia lontana dagli effetti speciali, quelli che mostrandoci i cataclismi e i bombardamenti digitali del cinema ci distraggono dalla realtà. Invece le fiabe hanno una specie di magia concreta che riesce a trasfigurare gli oggetti che ci circondano senza sfigurarli troppo, senza nasconderceli. Come nella leggenda romana che racconta della condanna di Caino. Dice che per aver ucciso Abele il Padreterno lo mandò sulla luna. E quando la luna è piena si vede a occhio nudo l’ombra di quel condannato che trascina un fascio di spine. Dice che nessuno lo cerca più e sortanto li cani lo chiameno in aiuto, quanno ciabbùscheno. Urlano: caì, caì. Volevo fare l’inventore di storie. Alla fine sono diventato uno che s’è inventato un mestiere a forza di raccontarle. Raccontare è come andare al supermercato e prendere tutto senza portarsi via niente. Prima quando uscivo dal supermercato mi dicevo “se guardo bene posso vedere che le pere sono finite. Le ho comprate tutte io, ma lo yogurt è lo stesso di prima, per non parlare degli assorbenti e delle bevande gassate”. Adesso esco senza comprare niente e passo tra le porte scorrevoli col carrello pieno di cose che non ho comprato ». Ascanio Celestini
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