suoi
racconti
(sempre per Mondadori "Belliboschi"); belle le sue critiche d'arte;
belle le
sue prose scientifiche "Furor mathematichus"; belle le sue riviste
"Civiltà
delle macchine" , unica rivista del Novecento che sia riuscita a
superare le
2 culture in una dimensione unica del sapere, Pirelli, La botte e il
violino, Il quadrifoglio; belle le sue trasmissioni radiofoniche
culturali
"Il teatro dell'usignolo" e "La lanterna"; belli i suoi documentari
scientifici ("Millesimo di millimetro" e "Lezioni di geometria")
premiati
col primo premio alla Biennale di Venezia; belle le sue pubblicità (La
rosa
nel calamaio per l'Olivetti e il Camminate Pirelli per la Pirelli
ecc.);
belli i suoi articoli di architettura, di urbanistica, di matematica,
di
geometria; belli i suoi acquerelli e i suoi disegni; belle le sue
esposizioni (quella con Prampolini a Roma).
Eppure di un autore così versatile e interdisciplinare, un esempio e un
modello di genialità così unico nel Novecento, amato in vita da
Ungaretti,
Quasimodo, Adriano Olivetti, Contini, Bo, Anceschi, Enrico Mattei,
Enrico
Fermi (sì quello della bomba atomica, che nel 1929 lo voleva con lui
con i
ragazzi di via Panisperna), da De libero, da Mafai, Burri, Fontana,
Cantatore, Gatto, Cardarelli, Scipione ecc; di un autore simile non ci
resta
a 20 anni dalla morte neanche un misero coccodrillo di 10 righe sulle
pagine
culturali dei quotidiani nazionali.
a cura di ... Biagio Russo
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