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Tesina sull'ILLUMINISMO


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Posted by a cura di Beatrice on October 16, 19100 at 04:43:11:

L'
Illuminismo è quel movimento che si sviluppa nel XVIII secolo nei maggiori
paesi d' Europa e che rappresenta la voce più importante e significativa
del secolo.
 


Infatti, con esso ci troviamo
di fronte ad una svolta intellettuale destinata a caratterizzare in
profondità la storia moderna dell' Occidente.
 


Per Illuminismo intendiamo
quel specifico modo di rapportarsi alla ragione; è l'impegno di avvalersi
di essa in modo " libero " e " pubblico ", ai fini
di un miglioramento effettivo del vivere.
 


Gli illuministi quindi assumono
un atteggiamento problematizzante nei confronti


dell' esistente, facendo valere
il proprio diritto di analisi e di critica.
 


Da ciò lo sforzo di sottoporre
ogni realtà al " tribunale " della ragione per individuare
ciò che può giovare alla società.
 


Partendo da questo concetto
di ragione come organo di verità e strumento di progresso, il filosofo
non è più il sapiente dedito alle speculazioni metafisiche, ma un uomo
in mezzo ad altri che lotta per rendere più abitabile il mondo.


Il compito civile attribuito
al sapere stimola gli illuministi nell' opera di divulgazione culturale.
 



L' esaltazione della ragione
e della libertà, il rifiuto del dogmatismo e dell' autoritrismo, la
critica del presente e la denuncia delle istituzioni oppressive del
passato, l'impegno nelle riforme, lo sforzo verso il progresso e la
diffusione della cultura costituiscono dunque, per gli illuministi,
altrettante manifestazioni concatenate di un unico atteggiamento globale
di fronte al mondo.
 


Questo movimento offre una
grande varietà di figure e di dottrine ed assume caratteristiche ed
atteggiamenti distinti, e talora opposti, a seconda dei vari autori
e delle varie nazioni europee.


In questo modo abbiamo lo sviluppo
di un Illuminismo inglese, francese, italiano e tedesco.
 



La Francia svolge un ruolo
primario perchè è proprio in essa che appaiono con maggior vivacità
le idee e le tendenze di questo movimento.
 


L' Illuminismo non nasce nel
vuoto, perchè sorge nell' ambito di determinate circostanze storiche,
innestandosi su alcune linee di sviluppo della società e della cultura
moderna.
 


Innanzitutto, questo movimento
manifesta un legame con la civiltà borghese, fungendo da forza trainante
di quel basilare evento storico che è la Rivoluzione inglese.
 



Anzi, da un certo punto di
vista si configura come l' espressione teorica e l' arma intellettuale
del processo di avanzamento della borghesia settecentesca.


Il legame con la borghesia
è confermato dall' estrazione di classe dei suoi rappresentanti, per
lo più borghesi, e dall' ideale umano delineato dal secolo dei lumi.
 



Per cui, l' uomo diviene fabbro
totale della propria sorte ed artefice esclusivo del proprio mondo,
la ragione trova in se stessa i principi del conoscere e dell' agire.
 



L' Illuminismo può essere considerato
come il prodotto filosofico per eccellenza della Rivoluzione scientifica.


Questo movimento ha visto nel
metodo scientifico il modello del sapere e lo ha contrapposto alle metafisiche
tradizionali, cogliendone e propagandone la connessione con il progresso
civile, questo rappresenta la vera e propria filosofia della Rivoluzione
scientifica e la coscienza più adeguata di essa.


Ispirandosi al sogno baconiano
di una civiltà scientifica in grado di padroneggiare la natura, l' Illuminismo
crede infatti nella realizzazione dell' uomo tramite un sapere, al tempo
stesso, vero ed utile.
 


Bisogna ricordare che il movimento
illuminista è anche l' erede di due grandi scuole filosofiche dell'
età moderna: il razionalismo e l' empirismo.
 


Quando Cartesio, nel "
Discorso sul metodo ", stabilisce che si debba accettare per vero
solo ciò che appare alla mente in modo evidente, dà avvio al razionalismo,
ma nel contempo pone le basi dell' Illuminismo e della sua idea di un
esercizio autonomo e spregiudicato dell' intelletto.


Tuttavia, nei confronti del
razionalismo, l' Illuminismo appare contrassegnato, in primo luogo,
da una rigorosa autolimitazione della ragione nel campo dell' esperienza.
 



In virtù del ridimensionamento
avvenuto per opera di Locke, la ragione non può fare a meno dell' esperienza,
perchè è una forza che si nutre di essa e che funziona solo


all' interno del suo orizzonte,
fuori dal quale non esistono che problemi insoluti o fittizi.
 



L' Illuminismo appare caratterizzato
anche dalla possibilità, riconosciuta dalla ragione,


d' investire ogni aspetto o
dominio che rientri in questi limiti.


Anche per questo aspetto, l'
Illuminismo si contrappone al cartesianesimo, che da un lato si era
precluso ogni ingerenza nel dominio morale e politico e dall' altro
aveva avuto la pretesa di fondare razionalmente le stesse verità religiose.
 



Pur essendo fortemente influenzato
dall' empirismo, il concetto illuministico di ragione si distingue da
quest' ultimo sia per una maggior fiducia nei poteri intellettivi


dell' uomo sia per un' accentuazione
della loro portata pratica sociale.


Inoltre, in certi settori dell
' Illuminismo si assiste ad una radicalizzazione, in chiave sensistica
e materialistica, della gnoseologia lockiana.
 


Una ragione operante all' interno
dell' esperienza e criticamente rivolta ad approfondire ogni aspetto
dell' esistenza umana ai fini del progresso sociale: ecco la ragione
illuministica ed il suo inconfondibile ed irriducibile tratto di originalità.



La ragione dal punto di vista
illuminista non è più una realtà a sé, il cui prreviewere debba inghiottire
e distruggere tutti gli aspetti della vita umana, ma è piuttosto


l' ordine a cui tale vita intrinsecamente
tende, e che non può realizzarsi se non attraverso il concorso e la
disciplina di tutti gli elementi sentimentali e pratici che costituiscono
l' uomo.
 


Prima del secolo dei lumi,
il modo occidentale di rapportarsi alla storia era ancora di tipo ebraico-cristiano,
si presupponeva la nozione di un Dio autore o coautore con l'uomo del
mondo e delle nazioni.


Con l' Illuminismo francese
comincia a farsi strada la persuasione che l' unico soggetto della storia
sia l' uomo, per cui il Dio illuminista cessa di essere l' autore o
il coautore dell' universo storico.
 


Secondo questi filosofi la
storia, nel passato, è stata vissuta per lo più in condizioni negative,
configurandosi come un teatro irrazionale di ignoranze, superstizioni,
violenze e patimenti di ogni sorta.
 


Questo atteggiamento iper-
critico verso il passato si concretizza in un vero processo alla storia,
che rappresenta uno degli aspetti più vistosi del programma illuministico.
 



Di conseguenza, per un certo
verso, l' Illuminismo rappresenta una forma di pessimismo storico, in
quanto nella storia vede il luogo del negativo e la sede di un processo
di alienazione o di smarrimento, da parte dell' uomo, della sua essenza
naturale e razionale.
 


La forma più specifica e diffusa
in cui si incarna questo pessimismo storico è


l' anti- tradizionalismo che,
attacca violentemente sia il principio generale di tradizione, sia i
contenuti in cui esso si è concretizzato di volta in volta.
 



Se nei confronti del passato
si tende ad assumere un atteggiamento di sfiducia e negazione, in rapporto
al presente ed al futuro, esso tende ad assumere un tono fiducioso ed
attivistico.


Infatti, più aggressiva è la
critica verso il passato tanto più forte, nei vari autori, è


l' impegno verso il presente
ed il futuro, poiché ciò che li rende " illuministi " è proprio
la speranza, variamente condivisa, di poter ritrovare l' uomo al di
là della


storia, ossia la persuasione
di poter edificare, sulle rovine del passato e tramite la ragione, un
mondo nuovo ed a misura d' uomo.
 


Quest' atto di fiducia verso
la storia e le sue possibilità di riscatto, costituisce il


presupposto di fondo dell'
attivismo illuministico, che si concretizza in una visione generale
della storia come processo graduale di incivilmento, che da uno stato
primitivo di esistenza selvaggia, attraverso una condizione intermedia
di barbarie, giunge ad uno stato di civiltà effettiva ed in costante
progresso.
 


L' attenzione per i problemi
politico- giuridici costituisce un'altra caratteristica saliente dell'
Illuminismo europeo.
 


La crisi degli ambiziosi progetti
di Luigi XIV ed il premere di forze sempre più avverse all' assolutismo
regio, incarnate soprattutto dalla borghesia, avevano cominciato a produrre
un interesse generalizzato per la problematica politica e la filosofia
sociale.
 


Tant' è vero che nella prima
metà del XVIII secolo si assiste ad un' autentica esplosione della pubblicistica
storica e filosofico-politica, che innesca un dibattito, di cui gli
illuministi sono i principali promotori, destinato a farsi sempre più
" rovente " ed a porsi dapprima come piattaforma teorica del
" dispotismo illuminato " e della ventata di riforme che caratterizza
taluni paesi europei, ed a configurarsi in seguito come la preparazione
ideologica della Rivoluzione francese.


Il legame fra Illuminismo e
politica costituisce dunque un fatto storico verificabile.


E' vero che non si concretizza
in un programma politico organico, nutrendosi spesso di discorsi teorici
e ottenendo, almeno con il dispotismo illuminato, frutti abbastanza
modesti.
 


Ma persistere nell' attribuire
questo scarto fra teoria e realizzazione pratica


all' " astrattezza "
della ragione illuministica dimenticando gli impedimenti dovuti alle
circostanze effettive in cui si trova ad operare, significa di accontentarsi
di formule ormai logore.
 


Inoltre è bene tener presente
che sono proprio certe " idee generali " dell' Illuminismo
che a lungo andare hanno prodotto, con la Rivoluzione americana e francese,
ed anche oltre, i frutti più decisivi per il mondo moderno.
 



La dottrina della ragione come
insieme di strumenti concettuali operativi ed il conseguente impegno
di tradurre il pensiero in azione fondano l' essenziale "politicità"
dell' Illuminismo, che risulta costantemente teso a legare la speculazione
filosofica al raggiungimento di obiettivi pratici, di portata sociale.


Lo sdegno verso il passato
si traduce quindi in un impegno riformatore verso il presente.
 



Innanzitutto, alla pratica
millenaria della politica come arte di offesa e di difesa e come tecnica
di dominio, gli illuministi contrappongono l' idea, già di per sè rivoluzionaria,
di una politica a servizio dell' uomo e dei suoi diritti naturali di
base.
 


Ciò che caratterizza inequivocabilmente
la proclamazione dei diritti dell' uomo rispetto alle dottrine precedenti
è da un lato, una particolare interpretazione di tali diritti, e, dall'
altro, la loro utilizzazione ai fini della critica politica, accompagnata
dal correlativo sforzo di renderli operanti nella realtà.
 



Fra i diritti più difesi da
questi filosofi c' è la felicità che viene intesa come quella situazione
in cui gli uomini soddisfano, in pace tra di loro, i propri bisogni
materiali e spirituali.
 


Come avevamo precedentemente
detto, si sviluppano " vari illuminismi "; tra i quali troviamo
quello francese.


I suoi maggiori esponenti sono:
Montesquieu, Diderot, Rosseau e Voltaire.
 


Di Montesquieu ricordiamo tre
opere: le " Lettere Persiane " , le "Considerazioni
sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza "
e lo " Spirito delle leggi " , che è la sua opera principale.
 



Nelle " Lettere Persiane
" Montesquieu fa la satira della civiltà occidentale del tempo,
mostrandone l' incongruenza e la superficialità, combattendo l'assolutismo
religioso e politico.
 


Nell' opera sulla grandezza
e decadenza dei romani, ne riconosce le cause della grandezza nell'
amore della libertà, della patria e del lavoro.


Mentre le cause della loro
decadenza nell' eccessivo ingrandimento dello stato, nelle guerre lontane,
nella corruzione dovuta all' introduzione del lusso asiatico e nella
perdita della libertà sotto l' impero.
 


Invece, nello " Spirito
delle leggi " affronta il problema della storia; partendo dal presupposto
che sotto la diversità degli eventi essa ha un ordine che si manifesta
in leggi costanti.


Definisce la legge come il
rapporto necessario che deriva dalla natura delle cose, ogni essere
ha la sua legge e per cui anche l' uomo.
 


Diderot fu, come Voltaire,
uno spirito universale.
 


Filosofo, poeta, romanziere,
matematico, critico d' arte, egli riassume nella sua opera l' esigenza
di quel rinnovamento radicale di tutti i campi della cultura e della
vita che è proprio dell' Illuminismo.
 


Lavorò per l' Enciclopedia
che lo occupò per vent' anni, essa è il massimo strumento di diffusione
delle dottrine illuministiche.
 


Come sue opere filosofiche
ricordiamo: i " Pensieri sull' interpretazione della natura ",
le " Conversazioni tra D' Alembert e Diderot " ed " Il
sogno di D' Alembert ".



Si può dire che le dottrine
di Diderot illustrano i temi fondamentali di questo movimento: e in
primo luogo la fede nella ragione e l' esercizio del dubbio più radicale.
 



La ragione è la sola guida
dell' uomo e ad essa appartiene anche il giudizio sui dati dei sensi
e sui fatti.
 


Voltaire, nato a Parigi ma
trasferitosi in Inghilterra negli anni 1727-29, scrisse nel 1734 le
" Lettere sugli inglesi o Lettere filosofiche " dove illustra
vari aspetti di questa cultura, insistendo particolarmente sui temi
che furono propri della sua attività filosofica.


In questo libro inoltre esalta
la filosofia inglese di Bacone, Locke e Newton.
 



Nello stesso anno esce anche
il " Trattato di metafisica " che non fa altro che difendere
i temi filosofici già presenti nelle " Lettere sugli inglesi ".
 



Oltre che a scrivere opere
di filosofia e fisica, Voltaire scrisse poemi, tragedie, romanzi ed
opere di storia.
 


Tra le opere di filosofia e
fisica, oltre a quelle già citate, sono importanti: il


" Dizionario filosofico
portatile " che, nelle successive edizioni divenne una specie di
enciclopedia a volumi ed " Il filosofo ignorante " che è il
suo ultimo scritto filosofico.
 


Di Rosseau possiamo dire che
occupa un posto a parte in questo movimento.
 


L' Illuminismo non aveva fatto
della ragione la sola realtà umana; aveva riconosciuto i limiti di essa
nonchè la forza ed il valore dei bisogni, degli istinti e delle passioni.
 



Aveva comunque posto nella
ragione la vera natura dell'uomo.


Rosseau sembra infrangere su
questo punto l' idea illuministica.


La natura umana non è ragione;
è istinto, sentimento, impulso e spontaneità.


La ragione stessa devia e si
travia se non assume come guida l' istinto naturale.
 



L' Illuminismo vuol portare
l' istinto alla ragione, Rosseau la ragione all' istinto, ma il risultato
finale sarà sempre lo stesso.
 


I suoi maggiori scritti sono:
il " Discorso sulle scienze e le arti " , la " Nuova
Elosia ", il " Contratto sociale " , l' " Emilio
" ed i " Sogni di un viandante solitario ".
 



Nell' opera di Rosseau l'
entusiasmo e l' oratoria prreviewgono sul ragionamento e sulla dimostrazione.
 



Da un lato si fa banditore
di un individualismo radicale per il quale l' uomo non può nè deve riconoscere
altra guida che il suo sentimento interiore.


Dall' altro bandisce un comunitarismo
radicale per il quale l' individuo è interamente sottoposto alla volontà
generale del corpo politico.
 


Dopo aver analizzato i filosofi
illuministi francesi, dobbiamo ricordare che questa corrente culturale
si sviluppò anche in altri paesi come in Germania.
 



Il quadro storico dell' Illuminismo
tedesco è assai diverso da quello francese e ne rende comprensibili
talune tendenze di fondo.
 


Sul piano politico, l' assenza
di una monarchia accentratrice, la frantumazione del paese in un mosaico
di Stati, la permanenza di un' economia sostanzialmente agricola e feudale,
avevano permesso alla nobiltà di mantenere ben saldo il potere, costringendo
la borghesia a mantenersi su posizioni riformistiche moderate, che avevano
trovato nel " dispotismo filosofico " di Federico II la loro
espressione.
 


Sul piano culturale, la Germania
in preda a sanguinose lotte di religione fra cattolici e protestanti,
era rimasta pressochè ai margini del grande movimento filosofico-scientifico
che aveva attraversato le altre nazioni.
 


Questi dati di base spiegano
da un lato la minor politicità e radicalità dell' Illuminismo tedesco
rispetto ai modelli esteri, e, dall' altro lato, l' indirizzo razionalistico,
sistematico ed accademico delle sue principali figure, impegnate a fondere
in sintesi organica la tradizione scolastica.
 


Nella seconda metà del secolo
abbiamo l' affermazione di un Illuminismo a sfondo religioso, in cui
operano già taluni germi della sucessiva cultura romantica.
 



Per quanto riguarda la tecnica
filosofica, l' Illuminismo tedesco deve la sua originalità, rispetto
a quello francese, nella forma logica in cui temi e problemi sono presentati
e fatti valere.
 


L' idea di una ragione che
abbia il diritto di investire con i suoi dubbi l' intero mondo della
realtà, si trasforma nell' Illuminismo tedesco in un metodo di analisi
razionale che avanza dimostrando la legittimità di ogni passo, cioè
la possibilità intrinseca dei concetti di cui si avvale ed il loro fondamento.
 



E' questo il metodo della fondazione
che doveva rimanere caratteristica della filosofia tedesca posteriore
e che celebrò il suo grande trionfo nell' opera di Immanuel Kant.


Tra i filosofi tedeschi troviamo,
oltre a Kant, Wolff, Lambert, Baumgarten e Lessing.


Possiamo affermare che questi
ultimi quattro filosofi influenzarono in parte la filosofia kantiana.
 



Wolff influenzò Kant soprattutto
per quanto riguarda il dominio del linguaggio


filosofico. 



Si può dire che questo filosofo
pone dei limiti al linguaggio filosofico ed è proprio all'interno di
questi limiti che si muoverà il pensiero di Kant.
 



Kant, ad esempio, per il termine
trascendentale aveva davanti a sè non soltanto il concetto della tradizione
ontologica scolastica, ma anche quello della tradizione teoretico-scientifica
della cosmologia trascendentale di Wolff, e che quest'ultima tradizione,
non la prima, ha esercitato un' influenza determinante sul peculiare
concetto kantiano di trascendentale.
 


Con il suo concetto di
cosmologia generalis, Wolff, aveva infatti operato l' im- portante
trasposizione del termine trascendentale dal campo dell' ontologia a
quello della cosmologia razionale.
 


Pertanto, per l' esplicita
adozione del termine, Kant mirò a questo nuovo uso linguistico piuttosto
che al rinnovamento dell' antica dottrina scolastica.
 



Nella cosmologia wolffiana
Kant trovò " già delineati momenti importanti che concorrono a
determinare il (suo) concetto critico di trascendentale, soprattutto
il carattere dell' universalità dell' a priori ".
 



Kant nell' Introduzione della
prima edizione della " Critica della ragion pura " dà la sua
prima formulazione del concetto di trascendentale.


" Io chiamo trascendentale
ogni conoscenza che si occupa non tanto di oggetti, ma dei nostri concetti
a priori di oggetti in generale.


Un sistema di tali concetti
si chiamerebbe filosofia trascendentale ".


Possiamo notare che questo
termine, come tanti altri " inventati "da Wolff, sono presenti
più volte nei testi scritti da Kant.
 


Ancora secondo Wolff, le regole
del metodo filosofico devono essere uguali a quelle del metodo matematico.


Infatti, dice che non bisogna
far uso di termini che non sono stati chiariti da un'accurata definizione
e nelle proposizioni, inoltre, bisogna determinare con pari cura il
soggetto ed il predicato.
 


Wolff nella logica afferma
che, in conformità del principio di contraddizione, i concetti possono
essere utilizzati solo nei limiti di ciò che contengono, e che, i giudizi
sono veri in quanto danno l' analisi dei loro soggetti.
 



Questo filosofo tuttavia non
esclude l' esperienza, che nelle scienze naturali deve unirsi al ragionamento
ed anche nelle scienze razionali può essere utilizzata per formare le
definizioni empiriche delle cose.


Su tali definizioni si possono
tuttavia fondare soltanto dimostrazioni probabili, non necessarie.


Accanto alle proposizioni necessarie,
il cui contrario è impossibile, Wolff pone le proposizioni contingenti,
la cui negazione non include contraddizione.
 


Parte di questi concetti li
ritroviamo in Kant, nella " Critica della ragion pura ".
 



Kant, infatti, è convinto che
la conoscenza umana e in particolare la scienza offra il tipico esempio
di principi assoluti, ossia di verità universali e necessarie che valgono
sempre allo stesso modo.


Kant analizza i fondamenti
del sapere usando comunque un metodo filosofico uguale a quello matematico.
 



Un anticipatore di Kant per
quanto riguarda le tematiche è Lambert, questo anche perchè i due filosofi
intrattennero un' importante corrispondenza.
 


Lambert, nella sua opera "
Nuovo organo ", studia gli elementi semplici della conoscenza,
le relazioni delle espressioni linguistiche al pensiero, le leggi formali
del pensiero e le sorgenti degli errori.
 


Questo filosofo ha lo stesso
scopo di Kant, quello di raggiungere i concetti più semplici.


Questi vengono conosciuti solo
tramite l'esperienza, ma sono indipendenti da essa, in questo senso
sono a priori.
 


Però per spiegare questi concetti
questo filosofo prende una strada totalmente diversa da quella kantiana.
 



Kant esprime questi concetti
nella parte iniziale della " Critica della ragion pura",


tutta la sua opera si svolgerà
intorno ad essi.
 


Parte con l' analizzare le
proposizioni, che lui chiama giudizi sintetici a priori.
 



Giudizi, poichè consistono
nell' aggiungere un predicato ad un soggetto; sintetici, perchè il predicato
dice qualcosa di nuovo e di più rispetto ad esso; a priori, perchè essendo
universali e necessari non possono derivare dall' esperienza.
 



Dal punto di vista kantiano
i giudizi fondamentali della scienza non sono quindi nè i giudizi analitici
a priori, nè quelli sintetici a posteriori.
 


I primi sono giudizi che vengono
enunciati a priori, in essi, il predicato non fa che esplicare quanto
è già contenuto implicitamente nel soggetto.


Per cui tali giudizi, pur essendo
universali e necessari, sono infecondi perchè non ampliano il nostro
patrimonio conoscitivo.
 


I secondi, sono giudizi il
cui predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, aggiungendosi
a quest' ultimo in virtù dell' esperienza, ovvero a posteriori.


Questi giudizi pur essendo
fecondi, sono privi di universalità e necessità perchè poggiano esclusivamente
sull' esperienza.
 


Kant ha fatto un passo in più
rispetto a Lambert, infatti , dice che le proposizioni, pur essendo
formulate in virtù dell'esperienza, presuppongono alla propria base
un giudizio sintetico a priori.
 


Questi giudizi rappresentano
la spina dorsale della scienza.
 


Questi giudizi sintetici a
priori derivano dalla sintesi di materia e forma.
 



La materia dipende dall' esperienza,
mentre per forma si intende l' insieme delle modalità fisse attraverso
le quali la mente ordina le impressioni.
 


E' proprio questa nuova impostazione
del problema della conoscienza che implica importanti conseguenze, infatti
comporta la cosiddetta "rivoluzione copernicana " di Kant.
 



Questo filosofo ha ribaltato
il modo di vedere la realtà, infatti prima si dava importanza all' oggetto
e non al soggetto.
 


Invece Kant ci dice che noi
possiamo conoscere il fenomeno cioè ciò che noi vediamo e, non il noumeno
che è l' essenza in sè dell' oggetto.
 


Filosofi come Baumgarten e
Lessing influenzarono in minor modo la produzione filosofica kantiana.
 



Kant e Baumgarten non hanno
moltissime cose in comune , anzi, si può dire che essi si muovono su
due piani distinti, però entrambi hanno la finalità, o meglio


l' ossessione di fondare la
metafisica come scienza.
 


Infatti lo scopo della "Critica
della ragion pura " è proprio questo; anche se Kant arriverà alla
fine dicendo di aver scoperto soltanto il " come" funziona
la ragione, senza esserne arrivato a capirne il perchè.
 



Si può dire invece, che Lessing
fu colui che diede a Kant quell' imput per passare dallo scrivere la
" Critica della ragion pura " alla " Critica della ragion
pratica".
 


Infatti secondo Kant la ragione
non serve solo a dirigere la conoscenza, ma anche


l' azione. 



Accanto alla ragione teoretica
abbiamo quindi la ragione pratica.


Kant distingue una ragion pura
pratica ed una ragion empirica pratica.


Quella che si occupa della
moralità è la ragion pura pratica.
 


Kant in quest' opera analizza
quelle azioni dipendenti dall' esperienza e perciò non legittime dal
punto di vista morale.
 


Analizzando queste azioni si
propone di stabilire non solo che la ragion pura può essere pratica,
ma che è pratica in modo incondizionato.
 


Il motivo che sta alla base
della " Critica della ragion pratica " è la persuasione che
esista, scolpita nell' uomo, una legge morale a priori valida per tutti
e per sempre.
 


Kant oltre a queste due critiche
ne scrisse anche un altra ; la " Critica del giudizio " che,
con le altre due formano gli scritti più importanti di questo filosofo.
 



Nella " Critica del Giudizio
", Kant studia il sentimento così come nella " Critica della
ragion pura " aveva analizzato la conoscenza e nella " Critica
della ragion pratica " la morale.
 


Procedendo oltre la bipartizione
tradizionale delle facoltà, fa del sentimento una " terza facoltà
" ed un campo di attività autonoma.


Il " sentimento "
di cui egli parla, va però tecnicamente inteso come la peculiare facoltà,
mediante cui l' uomo fa esperienza di quella finalità del reale che
la prima Critica escludeva sul piano fenomenico e la seconda postulava
a livello noumenico.
 


Ciò non significa tuttavia,
come talora si è interpretato, che la " Critica della ragion pura
" rappresenti la tesi, la " Critica della ragion pratica
" l' antitesi e la " Critica del Giudizio " la sintesi,
quasi come quest' ultima fosse un superamento del dissidio fra le due
opere precedenti.


Infatti, sebbene il sentimento
tenda a figurarsi il mondo fisico in termini di finalità e di libertà,
esso rappresenta soltanto, secondo Kant, un'esigenza
umana, che, come tale, non ha un valore di tipo conoscitivo o teoretico.
 



In altri termini, il sentimento
" permette, nel soggetto, l' incontro tra i due mondi.


L' incontro, non la conciliazione:
la conciliazione infatti implicherebbe l' ogettività del medio che concilia,
mentre questo è un accordo che vale solo soggettivamente " ( S.
Givone ).


Per Kant i giudizi sentimentali
costituiscono il campo dei giudizi
riflettenti, in contrapposizione al campo dei giudizi
determinanti.


Questi ultimi sono i giudizi
conoscitivi e scientifici studiati nella " Critica della ragion
pura ", cioè quei giudizi che " determinano " gli oggetti
fenomenici mediante forme a priori universali.


I giudizi riflettenti sono
invece i giudizi sentimentali, che si limitano a " riflettere "
su di una natura già costituita mediante i giudizi determinanti ed apprenderla
attraverso le nostre esigenze universali di finalità e di armonia.
 



Kant, nel suo linguaggio tecnico,
afferma che se nel primo caso l' universale o il concetto è " già
dato " dalle forme a priori, che incapsulano immediatamente il
particolare, nel secondo caso l' universale che, in questo caso si identifica
con il principio della finalità della natura, va " cercato "
partendo dal particolare.


Tuttavia, mentre i giudizi
determinanti sono ogettivi e scientificamente validi, almeno per quanto
concerne il fenomeno, i giudizi riflettenti esprimono più che altro
un


" bisogno ", che
è tipico di quell' essere finito che è l' uomo.
 



La " Critica del Giudizio
" si configura dunque come un' analisi dei giudizi riflettenti,
per cui la parola " giudizio ", che compare nel titolo, assume
il significato filosofico specifico di organo dei giudizi riflettenti,
ossia di una facoltà che Kant ritiene
intermedia fra l' intelletto e la ragione, fra la conoscenza
e la morale.
 


I due tipi fondamentali di
giudizio riflettente sono quello estetico, che verte sulla bellezza,
e quello teologico, che riguarda il discorso sugli scopi della
natura.


Entrambi sono giudizi sentimentali
puri
, cioè derivanti a priori dalla nostra mente,


anche se si distinguono fra
di loro per il diverso rimando al finalismo.


Infatti, mentre nel giudizio
estetico noi viviamo immediatamente o intuitivamente la finalità
della natura, nel giudizio teologico noi pensiamo
concettualmente tale finalità mediante la nozione di scopo.


Nel primo caso, la finalità
esprime quindi un " venir incontro " dell' oggetto alle aspettative
estetiche del soggetto, quasi che la natura fosse bella " apposta
" per noi, mentre nel secondo caso essa esprime un carattere proprio
dell' oggetto.
 


Per sottolineare tale diversita
Kant parla, nel primo caso, di finalità "soggettiva " o


" formale " e, nel
secondo caso, di finalità " ogettiva " o " reale ".


La terminologia del filosofo
non deve però trarre in inganno: infatti anche il giudizio teologico
esprime semplicemente, come si è già detto, un' esigenza umana, ossia
un bisogno soggettivo della nostra mente di rappresentarsi in modo finalistico
l' ordine delle cose.
 


Nella " Critica del Giudizio"
il termine estetica assume nuovamente il significato di


" dottrina dell' arte
e della bellezza ".


Dopo aver premesso che bello
non è ciò che comunque piace, ma ciò che piace nel giudizio di
gusto, Kant si propone di chiarire la natura specifica del giudizio
estetico.


Dividendo quest' ultimo secondo
la tavola delle categorie , Kant offre ben quattro definizioni della
bellezza :
 


a) Secondo la
qualità il bello è l' oggetto di un piacere " senza alcun
interesse " (C. G.


§§ 1-5 ).


Infatti i giudizi estetici
sono caratterizzati dall' essere contemplativi e disinteressati, poichè
non si curano dell' esistenza o del possesso degli oggetti , ma solo
della loro immagine o rappresentazione.


Tutto questo significa che
per Kant una cosa è bella perchè è bella, non perchè obbedisca
ad interessi esterni di ordine biologico, morale, utilitaristici, ecc.
 



b) Secondo la
quantità il bello è " ciò che piace universalmente, senza
concetto " ( C.


G. §§ 6-9 ).


Infatti, per Kant, il giudizio
estetico si presenta, da un lato, con una tipica pretesa di universalità,
dall' altro lato, che il bello sia sottomesso a qualche concetto o esprima
un piacere indipendente da una conoscenza.


Per cui, il giudizio di gusto
risulta qualcosa di sentimentale e di extralogico, in quanto le cose
che diciamo belle sono tali perchè
vissute spontaneamente come belle e non perchè giudicate tali
attraverso un ragionamento o una serie di concetti.
 



c) Secondo la
relazione, la bellezza è " la forma della finalità di un
oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di
uno scopo " ( C. G. §§ 10-17 ).


Kant intende dire che l' armonia
degli oggetti belli, pur esprimendo un formale accordo delle parti
fra di loro, e quindi una certa finalità, non soggiace ad uno scopo
determinato, concettualmente esprimibile.


Detto altrimenti : la bellezza
è un libero e vissuto gioco di armonie formali che non rimanda a concetti
precisi e non risulta imprigionabile in schemi conoscitivi.
 



d)
Secondo la modalità il bello è " ciò che, senza concetto,
è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario " ( C. G.
§§ 18-22 ).


Questa formula è un' altro
modo per ribadire che il giudizio estetico si presenta come qualcosa
su cui tutti debbono essere d' accordo, sebbene non si possa esprimere
tale consonanza mediante concetti o regole logiche, ossia tramite giudizi
scientifici come quelli determinanti, in quanto il bello è qualcosa
che ognuno percepisce intuitivamente, ma che nessuno riesce a "
spiegare " intellettualmente.
 


Come si è visto, i caratteri
specifici del giudizio estetico sono il
disinteresse e la pretesa dell' universalità.


Kant quando difende l' universalità
del giudizio estetico intende che esso, non solo presenta il carattere
della comunicabilità possibile,
ma che nel giudizio estetico la bellezza è vissuta come qualcosa che
deve venir considerata da tutti.
 


Nel paragrafo 22 della "
Critica del Giudizio " Kant scrive ad esempio : " In tutti
i giudizi coi quali dichiariamo bella una cosa, noi non permettiamo
a nessuno di essere di altro parere, senza fondare tuttavia il nostro
giudizio sopra concetti, ma soltanto sul nostro sentimento ".


Analogamente, nel paragrafo
19, egli puntualizza : " Il giudizio di gusto esige il consenso
di tutti; e chi dichiara bella una cosa, pretende che ognuno dia


l' approvazione all' oggetto
in questione e debba dichiararlo bello allo stesso modo ".


Ora, per comprendere adeguatamente
questa tesi di Kant, risulta indispensabile tener presente almeno due
ordini di considerazioni:
 


1) Kant distingue nettamente
fra il campo del piacevole,
che è " ciò che piace ai sensi nella sensazione ", ed il campo
del piacere estetico, che è il sentimento provocato


dall' immagine della cosa che
diciamo bella.


Il piacevole, chiarisce Kant,
dà luogo ai " giudizi estetici empirici ", scaturienti dalle
attrattive delle cose sui sensi e legati alle inclinazioni individuali,
e perciò privi di universalità.


Il piacere estetico invece
è qualcosa di " puro ", che si concretizza nei " giudizi
estetici puri ", scaturienti dalla sola contemplazione della "
forma " di un oggetto.


Solo giudizi di questo tipo
hanno la pretesa dell' universalità, in quanto non sono soggetti a condizionamenti
di vario tipo.
 


2)
Kant distingue anche fra bellezza " libera ", che viene appresa
senza alcun concetto e bellezza " aderente ", che implica
il riferimento ad un determinato modello o concetto della perfezione
dell' oggetto che viene definito bello.


Ovviamente, soltanto i primi
sono giudizi estetici puri, e perciò universali, perchè i secondi sono
complicati da considerazioni intellettuali o pratiche, che possono variare
attraverso i tempi e la civiltà.
 


Appurata l' universalità del
giudizio estetico, Kant si trovava di fronte, per usare le sue stesse
parole, al problema della " deduzione " dei giudizi estetici
puri, cioè alla


"legittimazione della
pretesa dei giudizi di gusto alla validità universale ".


Egli risolve questo problema-chiave
della sua estetica sulla base della teoria della comune struttura della
mente umana.


Kant afferma che il Giudizio
estetico nasce da un " libero gioco ", cioè da uno spontaneo
rapporto, dell' immaginazione o della fantasia con l' intelletto, in
virtù del quale l' immagine della cosa appare rispondente alle esigenze
dell' intelletto, generando un senso di armonia .


E poichè tale meccanismo risulta
identico in tutti gli uomini, resta spiegato il fenomeno dell' universalità
estetica e giustificata la presenza di un " senso comune "
del gusto.
 


Fondando il giudizio di gusto
e la sua universalità sulla mente umana, Kant è dunque pervenuto ad
una vera e propria rivoluzione copernicana estetica, incentrata sulla
tesi secondo cui il bello non è una proprietà
ogettiva od ontologica delle cose, ma un frutto di un
incontro del nostro spirito con esse, cioè qualcosa che nasce solo
per la mente ed in rapporto alla mente.
 



E proprio per sottolineare
come la bellezza esista solo in virtù del soggetto, Kant afferma significativamente
che essa non è un " favore " che la natura fa a noi, bensì


un " favore " che
noi facciamo ad essa, innalzandola al livello della nostra umanità.


E aggiunge inoltre che se la
bellezza risiedesse negli oggetti, e quindi nell' esperienza, essa perderebbe
la propria universalità e non sarebbe più qualcosa di libero, perchè
verrebbe imposto a noi dalla natura.
 


In conclusione, il nocciolo
e il messaggio del discorso kantiano risiede nella tesi secondo cui
ogni piacere che un' immagine può provocare in noi ha un valore estetico,
ma solo quel piacere che non è legato a pure attrattive fisiche, nè
ad interessi pratici, nè a valutazioni morali e conoscitive degli oggetti
e che quindi è disinteressato, comunicabile a tutti e non dipendente
da mutevoli stati d' animo dell' individuo.
 


Dopo aver trattato del "
bello ", Kant passa all' analisi del " sublime ", che
era stato oggetto di particolare attenzione da parte del pensiero settecentesco.


Kant distingue due tipi di
sublime: quello " matematico " e quello " dinamico ".
 



Il sublime matematico nasce
in presenza di qualcosa di smisuratamente grande.


Kant porta come esempi gli
alberi, le montagne, il diametro terrestre ecc.


Ora, di fronte a tutte queste
cose, nasce in noi uno stato d' animo
ambivalente.


Da un lato proviamo un dispiacere,
perchè la nostra immaginazione non riesce ad abbracciare le incommensurabili
grandezze, dall' altro proviamo un piacere, perchè la nostra ragione
è portata ad elevarsi all' idea dell' infinito, in rapporto a cui le
stesse immensità del creato appaiono piccole.


Prendendo coscienza del fatto
che il vero sublime non risiede tanto nella realtà che ci stà
di fronte, quanto in noi medesimi, convertiamo l' iniziale stima per
l' oggetto in una finale stima per il soggetto, ossia per quell' ente
sovrasensibilmente qualificato che noi stessi siamo.
 



Il sublime dinamico nasce in
presenza di strapotenti forze naturali.


Anche in queste situazioni,
inizialmente avvertiamo un senso della nostra piccolezza materiale nei
confronti della natura.


In seguito avvertiamo invece
un vivo sentimento della nostra grandezza ideale, dovuta alla dignità
di esseri umani pensanti, portatori delle idee della ragione e della
legge morale.


Per cui, da depressiva, l'
emozione del sublime dinamico diviene esaltativa e


l' angoscia trapassa in entusiasmo. 



Come si può notare, le due
forme del sublime risultano caratterizzate dalla stessa dialettica di
dispiacere- piacere, impotenza- potenza, poichè capovolgendo


un' esperienza che, in virtù
dell' immaginazione, ci fà sentire piccoli di fronte al grande, in un'altra
esperienza che, in virtù della ragione e delle sue idee di infinito
e di dignità morale, ci fa sentire più grandi del grande stesso, ci
rende consapevoli della sublimità del nostro essere stesso.


Il sublime si differenzia quindi
dal bello poichè diversamente da quest' ultimo, nasce dalla rappresentazione
dell' informe e si nutre del contrasto
tra immaginazione sensibile e ragione, provocando fremito e commozione.


Tutt' e due sono però accomunati
dal presupporre, come loro condizione, il soggetto o


la mente, che si configura
dunque come il trascendentale dell' esperienza estetica, cioè
come la sua possibilità ed il suo fondamento.
 


Il " bello " di
cui Kant ha parlato fin quì è sostanzialmente il " bello di natura
".


Distinto da quest' ultimo è
il " bello artistico ", che risponde alla medesima definizione
di bellezza già data e che presenta una strutturale affinità con il
precedente in quanto la natura è bella quando ha l' apparenza dell'
arte e l' arte è bella quando ha


l'apparenza o la spontaneità
della natura.


La spontaneità " dell'
arte bella " proviene dal " genio ".


Infatti, se per giudicare degli
oggetti belli è necessario il gusto, per produrre tali oggetti è indispensabile
il genio, il quale rappresenta il tramite con cui la natura inerviene
sull' arte: " Il genio è il talento ( dono naturale ), che
dà la regola all' arte.


Poichè il talento, come facoltà
produttrice innata dell' artista, appartiene anche alla natura, ci si
potrebbe esprimere anche così: il genio è la disposizione innata dell'
animo per mezzo cella quale la natura dà la regola dell' arte "
( C. G. § 46 ).
 


Il genio ha prerogative proprie,
che Kant individua:


a) nell' originalità
o creatività;


b)
nella capacità di produrre opere che fungono da modelli o esemplari
per altri;


c) nell' impossibilità
di mostrare scientificamente come compie la sua produzione.
 



Il genio, in quanto tale, è
inimitabile ed esiste solo nel settore delle arti belle.


In altri termini, per Kant,
che apre le porte alla celebrazione romantica del genio, nella scienza
vi sono senz' altro ingegni, ma non, propriamente, dei geni.
 



Come si è già accennato, la
finalità del reale, oltre che essere appresa immediatamente nel giudizio
estetico, può anche essere pensata mediatamente nel giudizio tologico,
in virtù del concetto di " fine ".


Secondo Kant l'unica visione
scientifica del mondo è quella meccanicistica, basata sulla categoria
di causa-effetto e sui giudizi determinanti.


Egli afferma tuttavia che nella
nostra mente vi è una tendenza irresistibile a pensare finalisticamente,
cioè a scorgere nella natura l' esistenza di cause finali, sia intrinseche
che estrinseche.


Tanto più che se ci trasportiamo
in sede etica, avvertiamo l' interiore esigenza di credere che
la natura, in virtù della sapienza ordinatrice di un Dio, sia organizzata
in modo tale da rendere possibile la libertà e la moralità, e sia tutta
quanta finalisticamene


" predisposta " alla
nostra specie, poichè " senza l' uomo ", cioè senza un essere
ragionevole, " la creazione sarebbe un semplice deserto "
( C. G. § 86 ).
 


Tuttavia, ben consapevole del
fatto che in filosofia non è lecito trasformare dei bisogni
in realtà, Kant ribadisce che il giudizio teologico, con tutto
ciò che esso implica ( Dio ), è pur sempre privo di valore teoretico
o dimostrativo, in quanto il suo assunto di partenza, la finalità, non
è un dato verificabile, ma soltanto un nostro modo di vedere il reale.
 



In conclusione, anche per evitare
" l'antinomia del Giudizio teologico ", è opportuno considerare
il finalismo come una sorta di promemoria critico che da un lato ci
ricorda i limiti della visuale meccanicistica, e dall' altro ci rammenta
l' intrascendibilità


dell' orizzonte fenomenico
e scientifico.


Infatti, sebbene Kant lasci
intendere che il finalismo escluso nel fenomeno, possa risultare valido
nella cosa in sè, si rifiuta, anche nella terza Critica, di procedere
oltre la scienza ed il fenomeno.
 


Saranno invece i romantici,
che pur muovendo da Kant, pretenderanno, andando oltre Kant, di rompere
le dighe del criticismo e di far irruzione nel mondo vietato della cosa
in sè, trasformando " postulati " della morale e le "
esigenze " del sentimento in altrettante
realtà.



Dopo aver esaminato la filosofia
kantiana ci sorge spontanea una domanda: "Kant può essere considerato
l' ultimo degli illuministi o il primo dei romantici? "
 



La storiografia idealista,
a partire dalla seconda metà dell' Ottocento, ha fatto sì che Kant,
da parte di tutto un settore della critica, venisse considerato come
un filosofo che, pur vivendo in età illuministica, avrebbe spalancato
le porte alla nuova cultura romantica.
 


Questo punto di vista, sorto
con Kuno Fischer in Germania e con Bertrando Spaventa in Italia, è proseguito,
presso i tedeschi, con Richard Kroner e, da noi, con Croce e Gentile,
condizionando per molto tempo, soprattutto in Italia, il modo globale
di rapportarsi alla filosofia kantiana.
 


Ad esempio, Guido de Ruggiero,
noto storico della filosofia di orientamento idealista, pur scrivendo
che Kant, di fatto, appare " come epilogo e come prologo, come
conclusione di una fase di pensiero ed inizio di un' altro", sostiene
che la parte profonda del Criticismo è senz' altro più prologo che epilogo,
in quanto " è la sintesi a priori del Criticismo che ha preparato
l' avvento dello spirito nella filosofia moderna ".
 



Nel dopoguerra quest' interpretazione,
soprattutto per quanto concerne il nostro Paese, ha cominciato ad essere
messa in crisi per opera di taluni studiosi, che si sono proposti di
togliere Kant dall' annoso abbinamento con l' idealismo e di restituirlo
a quella " età dei lumi " alla quale il filosofo rivendicò
per primo la sua appartenenza.
 


Infatti, fermo restando che
il Criticismo presenta una sua originalità, la quale fa sì che Kant
non sia riducibile nè all' Illuminismo nè al Romanticismo, è indubbio
che egli risulti assai più vicino alla " mentalità " generale
del Settecento che a quella del secolo sucessivo.
 



Tant' è vero che l' idea stessa
di " critica " è di matrice illuministica, esattamente come
illuministica è la tendenza a cercare nell' uomo e non fuori dall' uomo
i fondamenti del sapere, della morale e dell' esperienza estetica.
 



Ciò fa sì che le stesse teorie
che entusiasmeranno i romantici (ad esempio l' "io penso")
potranno essere riprese dagli idealisti solo a patto di tradire il pensiero
di Kant, stravolgendone i punti-chiave e facendo dell' io legislatore
della natura un Soggetto creatore assoluto in funzione di cui "
esiste " la realtà.
 


Del resto, l'abisso che separa
Kant dagli idealisti è stato inequivocabilmente sottolineato da Hegel
stesso, che ha sempre considerato il Criticismo come una filosofia del
finito e del dover- essere ( e in questo senso ancora essenzialmente
illuministica ) completamente antitetica alla propria filosofia dell'
infinito e della necessità.
 


Tant' è vero che quegli stessi
bisogni metafisici in cui si rispecchieranno i romantici, e su cui fanno
tuttora leva certi interpreti, sono soltanto delle "esigenze "
(sia pure universali e necessarie, perchè radicate nella struttura
a priori della ragione e del sentimento ) che Kant, con la sua criticità
illuministica, ha vietato a se stesso ed agli altri di trasformare in
realtà sicure e garantite.
 


Per cui, quando si afferma
che l' uomo di Kant è strutturalmente "aperto all' infinito "
si dice qualcosa di vero solo a patto di aggiungere subito che nel kantismo
l' Infinito (=Dio e l' intera dimensione del metafisico ) non è nè
una certezza conoscitiva, nè qualcosa che fonda il finito, ossia che
costituisce ontologicamente l' uomo, il quale, secondo il Criticismo,
trova in se stesso e non in Dio o nel rapporto con Dio i principi del
conoscere e dell' agire.
 


In sintesi, per Kant il mondo
effettivo dell' uomo è il finito, e l' Infinito cui egli tende gli è
presente solo nei limiti stessi del finito, ossia non come realtà incontrovertibile
o destinazione necessaria, ma solo come " istanza razionale "
, "postulato etico " e


" bisogno del sentimento
".
 


Quindi, sebbene Kant abbia
potuto costituire un effettivo punto di partenza per le speculazioni
romantiche ed idealistiche, è indubbio che queste ultime potranno andare
oltre Kant non già continuando coerentemente Kant, ma solo mettendo
tra parentesi tutti quei " divieti " della sua filosofia,
i quali denunciano chiaramente


l' appartenenza del loro autore
al mondo filosofico dell' Illuminismo in cui egli visse e di cui condivise,
pur con tutta la sua originalità, la
forma mentis di base.
 


Di conseguenza, pur collocandosi
di fatto a cavallo dei due universi culturali, Kant può essere ritenuto,
di diritto, come l' ultimo degli illuministi e non come primo dei romantici.
 


 

 

 

 

 




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